A cura di Max Ferrero

Siamo, forse, al capitolo più importante e difficile nel flusso di lavoro per la produzione di un libro fotografico: la selezione definitiva dei file immagine e la loro impaginazione conclusiva, nonché la scelta della disposizione e della forma grafica da realizzare. Tutti passaggi determinanti per il prodotto finale e in grado di rendere il lavoro confezionato più accattivante all’osservazione di soggetti terzi.

Un buon romanzo ci racconta la verità sul suo eroe; ma un cattivo romanzo ci racconta la verità sul suo autore.
(G.K Chesterton)

La selezione delle immagini

Ho visto tantissime persone migliorare nettamente i risultati dei loro scatti grazie ai sempre più performanti apparati fotografici o per l’acquisita esperienza in fase di ripresa, ma la capacità di selezione delle fotografie è rimasta un’arte arcana che solo in pochi sanno utilizzare egregiamente. L’azione più realizzata, quando non si sa decidere, è quella di aggiungere una moltitudine d’immagini lasciando all’osservatore il compito e l’onere di scegliere quella che preferisce. Nulla di più errato, non solo non applicheremo la nostra impronta autoriale, ma suggeriremo all’osservatore che, chi ha prodotto il libro, non era in grado di scegliere, affaticheremo gli osservatori con una sovrabbondanza d’immagini spesso uguali e noiose.
Selezionare e scartare il superfluo è un compito essenziale per l’autore che, come i veri creatori di libri, non può esimersi da un sano esercizio di fatica e applicazione. Vi assicuro che le mete più difficili sono anche quelle che assumono un sapore diverso, migliore e più autentico.
Per dare un consiglio su quante foto dovrebbero essere selezionate per un progetto di libro fotografico bisognerebbe sapere quante pagine intendiamo comporre quindi moltiplicare per un fattore di 1,5. Mi spiego meglio: se intendiamo realizzare un libro di 60 pagine complessive, un numero di riferimento ottimale di foto da selezionare è 90 (60 x 1,5 = 90). Ovviamente 90 è solo un numero di riferimento ipotetico, ma che spesso si avvicina molto bene alle esigenze compositive del fotografo che necessita spesso di pagine con due o più immagini e a volte servono 2 pagine per mettere una sola foto.
Le fotografie da selezionare, quindi, dovranno avvicinarsi al numero ottimale indicato. Non troppe di più perché si rischierà di tediare l’osservatore, non troppe di meno perché ci ritroveremmo a realizzare un libro con un numero d’immagini insufficienti allo scopo.

I libri hanno gli stessi nemici dell’uomo: il fuoco, l’umidità, il tempo e il proprio contenuto.
(Paul Valery)

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Un libro è diverso rispetto a un hard disk

Se in un hard disk è logico pensare di conservare qualsiasi immagine abbia un minimo di senso, in un libro è controproducente pubblicare due scatti che abbiano il medesimo significato o tentino di recare l’identica sensazione visiva a meno che non ci sia un preciso intento grafico di cui parleremo tra poco.
Un metodo di selezione, oltre ai normali parametri di bellezza e di estetica, deve essere ampliata anche ai contenuti e alle emozioni, mai ripetere una foto emotiva perché invece di enfatizzare il sentimento esso si diluirà proporzionalmente per ogni immagine proposta. Un esempio banale potrebbe essere spiegato con la classica, ma bella, immagine di un tramonto in riva al mare. Uno scatto unico, magari in doppia pagina, sbalordirebbe l’osservatore che potrebbe incantarsi davanti all’immagine e fermarsi ad osservarla anche per più di 30 secondi (sembra poco ma è un tempo veramente lungo per un solo scatto). Se altre 4 foto di tramonto comparissero nella stessa doppia pagina il medesimo stupore sarebbe diviso tra tutti gli scatti con un risultato diluito con conseguente senso di fastidio per l’impossibilità d’osservare pienamente la fotografia alla base della composizione. Una regola aulica è meglio mettere meno, ma mettere meglio.

Nei tempi antichi i libri sono stati scritti da uomini di lettere e letti dal pubblico. Oggi i libri sono scritti dal pubblico e letti da nessuno.
(Oscar Wilde)

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Specchio delle mie brame qual è la grafica migliore del reame?

Questo è un punto in cui anche io difetto, e molto. Sono un fotografo, non un grafico, quindi spesso mi chiedo quale possa essere la forma grafica migliore per realizzare un libro fotografico che non si presenti solo come una collezione d’immagini somiglianti ai vecchi raccoglitori fotografici con fogli in plastica trasparente. La regola migliore in questi casi è se non sai nulla di qualcosa mettine il meno possibile.
In effetti una composizione semplice con un solo scatto per pagina ha uno stile classico difficilmente criticabile se non nell’eccessiva rigidità e ripetitività dell’impianto generale.

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Impaginando in modo classico alcuni scatti realizzati all’interno del museo egizio di Torino, ho affrontato alcune scelte: pagina piena o fotografia intera; sfondo chiaro o scuro, con o senza filetto sul bordo di ogni immagine.
Nella prima impaginazione si può notare una composizione a scatto singolo a pagina piena senza bordo. Avendo un formato quadrato con foto rettangolari, ho dovuto realizzare dei tagli che non sempre s’addicono (lo stesso avviene sulle imposizioni quadrate di Instagram), oltretutto le immagini ravvicinate potrebbero creare un’osservazione confusa e non accettabile.

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In una composizione a foto intera si creeranno degli spazi vuoti che contorneranno le fotografie determinando alcune caratteristiche visive/percettive. Con uno sfondo chiaro l’attenzione sarà più concentrata sulle immagini, lo sfondo assumerà una valenza neutra tipica della carta. Con uno sfondo nero, o colorato, la fotografia dovrà condividere le sensazioni cromatico/emotive con lo sfondo. Il nero incupirà l’atmosfera ma incrementerà la vivacità cromatica dell’immagine; un grigio scuro attenuerà il dramma mentre sfondi colorati potrebbero infondere sensazioni di calore, passione, freschezza o naturalezza. Consiglio vivamente di attenersi a pagine neutre (bianco, nero o grigio) perché i risultati di sfondi colorati potrebbero essere alquanto deludenti se non studiati e programmati con cura e cognizione di causa.

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L’aggiunta di un filetto (bianco su sfondo nero o nero su sfondo bianco) ha lo scopo principale di determinare lo stacco dell’immagine dallo sfondo. Spesso non è necessario, ma per alcuni è un elemento irrinunciabile. Se decidete di adoperarlo consiglio sempre di realizzare i filetti intorno alle foto in modo fine ed esteticamente elegante. Esso deve rimanere un piccolo orpello senza diventare una striscia troppo evidente e invasiva.

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Ogni tanto, anche in una composizione classica, è necessario impostare una doppia pagina in grado di catturare l’attenzione e incrementare la spettacolarità dell’opera, soprattutto se si hanno a disposizione immagini grandiose adatte allo scopo. Le doppie pagine non dovrebbero mai essere molte, come in uno spettacolo teatrale o filmico, il colpo di fulmine è necessario per riattivare i neuroni degli osservatori, ma troppi colpi potrebbero stufare, un numero adeguato potrebbe essere impostato con una doppia pagina ogni 10-12 pagine meno eccezionali. Il grande problema delle doppie pagine è posto esattamente al centro della composizione perché in un libro con rilegatura brossurata si perderà la visione di circa 2-3 mm della foto dovuto alla piega della carta. In questa categoria di libri ponete sempre attenzione a ciò che cade al centro
delle pagine e non abbiate paura a spostare l’inquadratura pur di proteggere un eventuale soggetto importante. I libri con fogli rigidi non hanno questo problema e le parti centrali saranno completamente visibili senza alcuna perdita d’immagine. Ovviamente i libri a pagine rigide sono più cari e diventano molto spessi quando ci sono diverse pagine.

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Quando si decide di voler includere più fotografie per ogni pagina si rende necessaria un’operazione che permetta all’osservatore di ritrovare un ordine visivo e concettuale capace di non confonderne la lettura. L’ordine visivo può essere ottenuto attraverso l’uso d’immagini che abbiano tutte lo stesso senso (verticale/orizzontale), dal punto di vista concettuale è necessario avvicinare delle immagini che abbiano una relazione l’una con l’altra. In questo caso sono tutti monumenti della “Galleria dei Re” del museo Egizio e sono, praticamente, dei particolari ingranditi della doppia pagina mostrata in precedenza. L’osservatore guarderà ciascuna singola immagine consapevole che ognuna di essa è come un frammento di puzzle che s’incastrerà perfettamente con quello adiacente raggiungendo una maggiore chiarezza del contenuto visivo generale.
Nessuno vieta di aggiungere più foto per ogni pagina, ma più il numero di scatti aumenterà, più sarà difficile mantenere una buona omogeneità visiva di colori, soggetti, contenuti e sensazioni.

Quando il libro nuovo arriva ancora “caldo”, poco più grande di un pane a cassetta, col suo sapore fatto di parole, speranze, delusioni condivise giorno dopo giorno, lo si sente nella mano come un alimento.
(Valentino Bompiani)

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Mettere parole solo quando necessario

Ultimamente è molto più facile fotografare che mettere pensieri scritti di buona profondità culturale, anche in questo caso il mio consiglio è quello di scrivere il meno possibile, ma se un titolo o una didascalia diventano importanti allora è necessario sapere dove metterle e in che modo.
Le didascalie, se necessarie, devono sempre essere scritte fuori dall’immagine fotografica, in tal modo assumeranno il compito d’integrare ciò che l’immagine non riesce a trasmettere completamente. Scritte all’interno della foto potrebbero rovinare l’immagine stessa e si renderebbero meno leggibili perdendo la maggior parte delle funzioni per cui erano state inserite.

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In questa foto d’esempio, le foto sono state “accorciate” per permettere la convivenza di una didascalia breve e precisa sotto di esse. L’ultimo scatto senza commenti, scelto per la bellezza dell’immagine, ma non per i contenuti, si presenta vuota e senza testi, concettualmente apparirà più inutile rispetto alla altre

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Una doppia pagina con titolo potrebbe essere un ottimo inizio per tutto l’impianto d’impaginazione del libro. Per non scrivere direttamente sulla foto ho utilizzato un box colorato in grado di staccarsi nettamente dall’immagine di fondo, rendendo ben leggibile il contenuto. La grandezza e posizione del box sono studiati per adattarsi alle barre laterali del soffitto della biglietteria del museo. I colori scelti utilizzano la tecnica del “tono su tono” sfruttando l’assonanza con il colore del cielo oppure della lampada in tinta calda posta in alto davanti alle nuvole. Ogni piccola accortezza deve essere studiata e calcolata con gusto, anche il tipo di carattere applicato può conferire bellezza al lavoro generale. Scegliere un font con stile egizio sarebbe stato stucchevole e scontato, meglio un segno lineare ma deciso, nella versione light e non in quella bold troppo invasiva e ridondante. Una doppia pagina del genere potrebbe essere perfetta anche per la copertina del
volume. Ricordiamoci sempre che la 1° pagina è quella a destra mentre a sinistra troveremo ciò che si chiama in gergo 4° di copertina.

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Si è spezzata l’immagine con una costa nera riportando il titolo del volume, un piccolo filetto arancione lega la 1° alla quarta di copertina aggiungendo un elemento grafico in grado di abbellire il lavoro come un buon impiattamento aiuta a rendere più buono il cibo di un ristorante.
Nel prossimo articolo arriveremo finalmente ai software da utilizzare, alcuni gratuiti e semplici potranno essere di fondamentale importanza per la realizzazione del nostro progetto di un libro fotografico.