A sinistra Abraham Lincoln Presidente degli Stati Uniti d’America e a destra Jefferson Davis primo e unico Presidente degli Stati Confederati d’America fotografati da Brady prima del 1860 quando erano solo senatori.

 

A cura di Max Ferrero

 

Si è parlato tanto di “tempo sospeso” in questi due mesi in cui ci siamo ritrovati segregati in casa cambiando abitudini e metodi di vita. Io ho avuto la fortuna di dedicare molto di questo tempo a una ricerca sulla storia della fotografia per la pubblicazione del mio prossimo libro che sarà edito da www.boopen.it
Quindi questo è un articolo che non si basa sulla tecnica, ma affronta una storia accaduta molti anni fa, capace di far riflettere su vari e svariati argomenti parlando sempre e solo di fotografia.
Siamo nel 1844 negli Stati Uniti, da poco più di 50 anni lo stato federale americano non è più una colonia del regno britannico, senza essere ancora considerata una vera e propria autorità mondiale in campo produttivo o commerciale ha nelle sue potenzialità, e lo vedremo in seguito, una forza dirompente. Solo cinque anni prima, in Francia, ci fu l’annuncio ufficiale dell’invenzione della fotografia e il personaggio della nostra storia: Mathew Brady, all’età di soli 22 anni, proprio in quella data, aprì il suo primo studio fotografico a New York per la realizzazione di ritratti con la tecnica del dagherrotipo. Nel volgere di pochi anni ottenne un successo incredibile, nel 1848 aprì un secondo studio nella capitale Washington e seguendo le mode dei più famosi fotografi europei, eseguì ritratti ai personaggi celebri e politici per ottenere ancora più prestigio nazionale e internazionale.
Brady era un grande lavoratore oltre che un esperto fotografo, la sua ambizione era pari alle ricchezze che aveva saputo accumulare con la qualità del suo lavoro. Quando nel 1860 fotografò Abraham LincolnMathew_Brady_1875_cropped in uno dei ritratti più celebri del futuro Presidente, non aveva la minima percezione di cosa potesse accadere in un solo e breve anno. Lincoln venne eletto Presidente degli Stati Uniti d’America provocando una secessione immediata di alcuni stati del sud. Non sto ad addentrarmi nei particolari della guerra di secessione americana perché i fatti salienti, lo schiavismo, la guerra civile le morti, le distruzioni e altri particolari ancora sono un po’ a conoscenza di tutti, quello che m’interessa è osservare gli eventi del fotografo Brady che, proprio nei primi giorni della guerra, si presentò al neoeletto Presidente e gli propose di documentare tutto l’episodio bellico per avere una memoria storica dell’epopea nordista.
Lincoln acconsentì, ben consapevole che una documentazione fotografica avrebbe potuto sostenere il suo operato nei confronti dell’opinione pubblica, ma pose una condizione: tutte le spese sarebbero state a carico di Brady. Quest’ultimo, un po’ incosciente un po’ spavaldo, acconsentì alla proposta sconveniente e partì entusiasta verso il primo vero scontro della guerra a Bull Run nei pressi di Manassas in Virginia. La battaglia, sebbene piccola rispetto a quelle che sarebbero avvenute in seguito, gli fece capire che le difficoltà del reporter di guerra erano ben superiori alle sue capacità di fotografo da studio. Dopo quell’esperienza infruttuosa (nessuna foto realizzata documentò effettivamente il combattimento) decise che sarebbe stato necessario ingaggiare del personale specializzato. Arrivò ad assumere decine di fotografi e aiutanti, spedendoli in ogni luogo del conflitto a ritrarre le battaglie, le truppe, i generali e le possibili vittorie. Inventò e costituì la prima agenzia fotogiornalistica al mondo. Il compito dei suoi dipendenti era quello di produrre materiale curioso da vendere al pubblico avido d’immagini “esotiche” e documentare le gloriose imprese dell’esercito per vendere il prodotto al governo nordista.
Brady confidava, come tutti nel nord, in una vittoria lampo, ma non andò così. La guerra si protrasse per 4 anni con un numero di vittime mai visto fino ad allora. Le fotografie che riuscirono a produrre nelle prime fasi e che potevano essere commercializzabili, divennero ben presto immagini da dimenticare, alla curiosità del fronte si sostituì il disgusto per la morte. Le vittorie nordiste non arrivarono prima dell’estate del 1863 quando nella sanguinosa battaglia di Gettysburg le sorti si rovesciarono, ma al governo di Lincoln ormai in difficoltà, le immagini di Brady risultavano più d’impaccio che d’aiuto.
Nonostante tutte le difficoltà adempì al suo scopo, documentò tutte le fasi del conflitto senza ritrarsi mai dagli impegni presi. Fece debiti per pagare i suoi fotografi e fornirli del costoso materiale chimico necessario. Alla fine del conflitto, stanco e indebitato fino al collo, riuscì a recuperare meno di un quarto delle spese sostenute, che lui quantificò in circa 100.000 dollari, una cifra astronomica per quei tempi.
Si vide costretto a chiudere gli studi di Washington e New York. Non riuscì a saldare i debiti contratti e, a parziale indennizzo, cedette tutto il suo archivio con relativi diritti d’utilizzo e pubblicazione.
Morì nel 1896 povero e abbandonato nel reparto di carità del Presbyterian Hospital di New York.
Ma la storia che volevo raccontarvi non era quella di Brady in prima persona, la sua cronaca è solo l’epilogo, il senso del tempo sospeso lo forniscono i suoi negativi giunti sino a noi. Le lastre dagherrotipiche (metodo particolare di fotografia molto in uso in quegli anni), acquisite dai creditori vennero ben presto considerate merce inutile e invendibile perché ritraevano, per la maggior parte dei casi, gente comune. Furono accantonati in malo modo, abbandonati a sé stessi, dimenticati in un limbo temporale che umidità e mancanza di cure a poco a poco li invecchiarono, disgregando e trasformando le figure che intendevano esibire. Le immagini eterne, come venivano considerate allora le fotografie, invecchiarono e si decomposero esattamente come chi avevano tentato di tramandare ai posteri.
La semplice documentazione di un volto o di un vestito, di un ricordo o di un evento si sono trasformati nella testimonianza stessa del trascorrere del tempo e degli effetti che provoca su ogni cosa oltre a noi.

Hannibal Hamlin

Hannibal Hamlin, ritratto di testa e spalle, rivolto leggermente a sinistra 1844-60

 

uomo non identificato

Uomo non identificato, ritratto di testa e spalle, rivolto a sinistra 1844-60

 

Emma Gillingham Bostwick

Emma Gillingham Bostwick, ritratto a mezzo busto di una donna, tre quarti a sinistra, rivolto a tre quarti a destra 1851-60

 

Giuseppe Garibaldi

Giuseppe Garibaldi, ritratto testa e spalle, leggermente a sinistra, con la barba folta 1844-60

 

donna non identificata

donna non identificata 1844-60

 

donna non identificata

donna non identificata 1844-60

 

Dolley-Madison

Ritratto di una donna di tre quarti di lunghezza, frontale, seduto 1848 (2)

 

Quelle impronte e righe di consunzione sembrano oggi dei tentativi artistici per sublimare un semplice ritratto in un’opera moderna di decostruzione iconografica. Però quando ci appare l’eroe della nostra nazione: Giuseppe Garibaldi un po’ ci piange il cuore nel notare che senza la didascalia anche il suo volto sarebbe scomparso dalla curiosità della nostra osservazione per ammirare gli effetti del degrado.
Come in ogni storia ci si può fermare alla narrazione pura e semplice, oppure ci si può soffermare maggiormente nel trovare una morale che abbia il compito d’insegnarci qualcosa per diventare più saggi e colti. Potete leggere e osservare tutto come semplice curiosità, potreste entrare in un ambito tecnico e cominciare a pensare cosa significhi salvaguardia dei beni artistici o al backup del materiale fotografico prodotto. Potreste tentare un approccio filosofico e meditare di cosa significhi il tempo e il suo trascorrere, riempirlo di cose inutili oppure di renderlo sospeso per pensare, leggere, conoscere o imparare.
Buon tempo a tutti e, se questo articolo vi ha incuriosito, a tra un paio di mesi con la pubblicazione boopen: “La storia latente della fotografia”.