A cura di Max Ferrero

Già nel 1855, dopo soli sedici anni dalla presentazione ufficiale della fotografia (dagherrotipo), il principe Alberto di Sassonia, marito della regina Vittoria, aiutò finanziariamente la Società Fotografica di Londra per studiare i problemi di stabilità delle immagini. Ebbene sì, nel volgere di poco tempo, le immagini fotografiche, che avevano tanto riscosso entusiasmo e passione, stavano sparendo poco a poco, sbiadivano, ingiallivano fino a svanire totalmente in un periodo piuttosto breve.
La commissione scientifica incaricata definì che le fotografie erano instabili a causa di un procedimento di sviluppo errato. Le possibili cause potevano essere un insufficiente fissaggio, uno scarso lavaggio, l’uso di sostanze con presenza di zolfo, l’umidità e l’inquinamento. Nonostante questi studi, i fotografi appresero a loro spese che, anche se il procedimento era effettuato con tutte le procedure idonee, le immagini create avrebbero avuto ugualmente una vita temporanea anche se lievemente più prolungata della media.
Il problema di base era l’instabilità dell’argento metallico presente in tutti i negativi e in tutte le stampe prodotte fino allora. Nel 1856 fu indetta una gara scientifica per trovare una soluzione definitiva all’instabilità delle immagini. Il premio di 2000 franchi era una lauta ricompensa per chiunque fosse riuscito a trovare una soluzione. Nel 1859 gli onori della vincita furono equamente suddivisi tra otto partecipanti che trovarono una soluzione. In tutti i progetti i sali d’argento erano scomparsi, al suo posto compariva il carbone, molto più stabile e duraturo. Gli studiosi e i commercianti avevano compreso che il ricordo diventava proporzionalmente commerciabile in base alla veridicità dell’immagine prodotta e la protezione del ricordo era più importante della documentazione stessa dell’avvenimento.

 

Il nostro cervello ogni notte resetta le cose inutili, quelle non indispensabili per la nostra esperienza o per la nostra felicità. Tutto rimane registrato nel cervello ma il nostro strato cosciente non accede più a quella montagna di dati che potrebbero portare a un sovraccarico mnemonico. La fotografia era l’elemento essenziale, quasi totemico, in grado di sollecitare e fissare su carta momenti unici e irripetibili, un supporto molto più importante e veritiero rispetto a quanto era in grado di realizzare un pittore o un incisore. Un dipinto, in fondo, è sempre un’opera d’ingegno, la realizzazione quasi mai coincide con il reale presente, si tratta di un passato riprodotto lentamente e con fantasia. Lo scatto di una foto, invece, è la concreta registrazione di un istante avvenuto, la riproduzione è più tangibile perché “il reale” è effettivamente esistito in quel luogo e in quel momento e ha posato davanti alla macchina e all’obiettivo.
Nel primo secolo della fotografia la memoria fu il motore di sviluppo della tecnica e dei progressi tecnologici, la stabilizzazione dell’immagine era fondamentale per sviluppare la passione delle masse e la trasmissione visiva del passato.

un ricordo non è per sempre

 

La stampa al carbone venne sfruttata per quasi novanta anni, poi, intorno agli anni ’30 e ’40 del novecento, fu nuovamente sostituito dai sali d’argento, più facili da produrre e commercializzare. Nel dopoguerra la ricerca portò alla parziale sostituzione dell’argento (sempre troppo costoso) per lasciare il posto a surrogati più convenienti ma meno stabili. La resistenza dei ricordi lasciava il passo all’economicità e alla facilità d’utilizzo, la secolare attenzione alla restituzione del ricordo, fu sacrificata sull’altare del consumismo. E’ facile oggi, trovare ancora nei mercati d’antiquariato o nell’archivio di famiglia, ottime immagini dal 1950 a tutto il periodo antecedente. Dagli anni 60 in poi le immagini cominciano a essere peggiori, appaiono sbiadite e con colori improbabili. Interi decenni della nostra storia stanno svanendo sotto i nostri occhi e non c’è nulla da fare, quel materiale scadente, utilizzato per guadagnare sarà un buco nella nostra memoria se non digitalizzato con le moderne procedure fotografiche. Ma anche il digitale non è immune al tempo.

 

La prima fotografia digitale fu realizzata nel 1975 con una risoluzione di 0,01 megapixel (100.000 pixel), anche qui il desiderio dell’inventore era quello d’ottenere una fotografia infinita ed eterna, basata sui numeri (digitale) e noi sui capricci chimici del tempo e manco a dirlo, furono i laboratori della Kodak a dare inizio alla nuova tecnologia che li avrebbe affossati di lì a pochi decenni. Ci vollero quasi trenta anni di continue migliorie tecnologiche per approdare a una fotografia digitale di massa. Oggi l’analogico non è quasi conosciuto dalle nuove generazioni, tra qualche anno sembrerà impossibile pensare che un tempo si potevano scattare solo 36 fotografie prima di cambiare il rullino e che bisognava aspettare circa un’ora dentro un laboratorio (quick service) per vedere gli scatti eseguiti. Ma il problema della stabilità è stato risolto? I numeri del digitale salveranno il mondo dalla dimenticanza? No, se non ci comporteremo nel modo corretto. I numeri sì sono universali, infiniti e indissolubili ma non altrettanti stabili sono i supporti di memoria utilizzati per concentrare la gran massa di dati prodotti dalle nostre fotocamere o dagli smart phone.
Pensate solo un attimo a quanti scatti avete all’interno del vostro apparato, oppure dentro la scheda sim o nella micro sd di supporto. Centinaia e centinaia di foto momentaneamente visibili e sempre a rischio di perdita causa rottura o furto. Eppure la soluzione sarebbe molto semplice, banale e pure economica, ma è il concetto di archiviazione e restauro a mancare nella mente dei nuovi produttori d’immagini. I cellulari hanno sostituito la nostra memoria ma a differenza delle nostre abitudini, non riposano mai, non hanno un momento di sonno in cui si resettano i dati inutili e si fissano quelli indispensabili. Continuiamo a scattare, fotografiamo l’evento memorabile insieme al cartello stradale che ci indica dove eravamo, nello stesso momento riproduciamo il piatto mangiato e consumato in una tal data o l’evento curioso a portata di mano. La perdita della memoria visiva non è solo legata all’effettiva scomparsa fisica dell’immagine ma anche dall’incredibile massa di nulla prodotto e alla conseguente NON selezione di ciò che importante.

 

Ci sono tre cose che ci possono salvare: la prima è una sana abitudine al backup, cioè alla duplicazione di ogni dato, la seconda è la catalogazione e l’archiviazione, la terza è dare importanza ai lavori validi con un prodotto concreto e tangibile come una stampa o un libro. Ma questa parte sarà l’argomento della seconda puntata.

un ricordo non è per sempre